Genova 2001 – 2021.

Senza memoria non c’è futuro.

Raccontare “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” come l’ha definita Amnesty International, è difficile. Negli anni è stato prodotto un notevole quantitativo di materiale ma tutt’ora la visione di quello che è successo a Genova è bianco/nero, buoni/cattivi, “la polizia ha sbagliato ma certo l’estintore in mano…”. La narrazione degli eventi è distorta e certamente noi non pretendiamo di raccontare la verità, nè di dire che tutti i poliziotti sono cattivi e tutti i manifestanti bravi.

Non tutti sanno di preciso cos’è successo al G8 di Genova del 2001. I motivi sono tanti: il tempo trascorso, la disinformazione, le difficoltà dei processi penali, l’assenza del reato di tortura, alcuni falsi miti. Molti che erano lì ne parlano malvolentieri perché hanno subito un trauma. Molti trentenni di ora erano piccoli, molti ventenni non erano ancora nati o andavano all’asilo. Con questo piccolo articolo vogliamo sottolineare il prima e il dopo, raccontato da alcune voci che hanno vissuto quegli anni: chi erano i no global e cosa hanno lasciato quei 3 giorni di repressione di massa e brutalità perpetrate dalle forze dell’ordine di un paese europeo e democratico.

Chi c’era, chi avrebbe voluto esserci, chi ha visto con i propri occhi o ha sempre cercato di informarsi e scoprire la verità, non potrà mai dimenticare. Non potrà mai scordarsi le immagini dei pacifisti della Rete Lilluput con le mani bianche alzate manganellati dalla polizia, scout e preti che piangono per i lacrimogeni mentre i black block spaccano vetrine, saccheggiano supermercati, danno fuoco a macchine e agiscono indisturbati per ore. Non potrà mai scordarsi il corridoio stretto di via Tolemaida e la gabbia che ha creato. Non potrà dimenticarsi il corteo dei 300mila, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani e il terrore nei volti, ragazzi mischiati con la gente comune, dell’età dei nonni o dei genitori, scesa in piazza per sostenerli. Non potrà mai dimenticare il sapore intenso dei lacrimogeni, la mancanza di respiro, il vomito e la gente che scappava in mare. Non si scorderà mai gli occhi dei poliziotti e dei carabinieri.

(Photo by Alberto Pizzoli/Sygma/Sygma via Getty Images)

Nel luglio del 2001 avevo 18 anni, avevo appena finito l’esame di maturità e mi definivo no global. Avevo deciso di iscrivermi a scienze politiche perché volevo diventare una cooperante e andare in Africa. Simpatizzavo con Rifondazione comunista anche se allora, come oggi, non mi sono mai sentita rappresentata da un partito politico. Ero più un mix di correnti e pensieri, mi piacevano i centri sociali, ero interessata a tutte le disuguaglianze esistenti, ero antifascista, non bevevo coca cola, non mangiavo Nestlé, né compravo le Nike. Ero lo stereotipo della perfetta no global.

C’erano Berlusconi, Fini e Bossi e il telefono cellulare serviva solo per chiamare. Valeria Rossi cantava dammi tre parole, sole cuore amore e la mia canzone preferita del momento era Le vent nous portera. Ascoltavamo Manu Chao, i 99 Posse, i Linea 77, la Bandabardò, i Subsonica. La nostra bibbia era No Logo e il nostro guru Noam Chomsky. C’erano le radio indipendenti, i centri sociali, i festini politici e antiproibizionisti e Indymedia. Si parlava di ambientalismo, migrazioni, lgbt, Tobin Tax, globalizzazione e disuguaglianze.

Ma chi erano i no global?

Il “popolo di Seattle” o “no global” è una definizione nata nel 1999 per rappresentare un insieme eterogeneo e variegato di realtà e organizzazioni, diverse tra di loro per i contenuti proposti, per gli obiettivi perseguiti e per gli strumenti utilizzati, ma che avevano in comune la presenza attiva e l’organizzazione di iniziative in occasione delle principali riunioni dei “potenti” della Terra. Gli slogan erano: “Un altro mondo è possibile” e “People before profit”. Inizialmente, l’attenzione maggiore era rivolta alle politiche della WTO (Organizzazione mondiale del commercio), della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi). A partire dalla loro creazione, questi tre organismi sono stati duramente contestati fino all’esplosione a Seattle, il 30 novembre 1999, quando un cartello di 1387 organizzazioni battezzato “Stop Millennium Round”, riesce a conquistare le prime pagine dei giornali durante la terza conferenza interministeriale WTO.

A partire dal successo e dall’entusiasmo della mobilitazione di Seattle, prende vita una vera e propria azione itinerante della società civile mondiale, inseguendo riunioni e vertici oggetto di contestazione: Porto Alegre, Davos, Napoli, Praga. E infine Genova.

Il 2001 è l’anno spartiacque per il movimento: i no global sono al loro apice. Un anno prima del vertice del G8 (che significa Gruppo degli 8 e riuniva gli otto governi nazionali di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) nasce il Genova social forum, nome che racchiudeva numerose associazioni: dai cattolici ai pacifisti, centri sociali, associazioni ambientaliste, associazioni di promozione dei diritti, etc.

Molti di noi si recarono a Genova proprio con l’idea di dar voce al “nostro” movimento che chiedeva giustizia per tutti. Chiedeva rispetto per l’ambiente e per i diritti di ogni cittadino del mondo. Chiedeva la cancellazione del debito per i Paesi più poveri. Il movimento parlava di cose che poi si sono avverate. Avevamo ragione, ci avevamo visto lungo. Ma siamo morti lì, in quei tre giorni di lacrimogeni e manganellate. Il sogno di “un altro mondo possibile” si è scontrato con il potere violento e legalizzato delle istituzioni e con l’incapacità di un gruppo troppo variegato di dargli un percorso, oltre agli attentati alle Torri Gemelle e le successive guerre che hanno cambiato l’orientamento delle proteste.

A Genova sul fronte mediatico hanno vinto i black bloc, oscurando i dibattiti, gli approfondimenti culturali e i cortei pacifici. Ma chi erano i black bloc? È stato detto di tutto: violenti, teppisti, fascisti e poliziotti infiltrati, anarchici, sbandati, punkabbestia. La questione come sempre è meno semplice del solito. I black bloc portavano degli ideali e dei valori, condivisibili o meno, che esercitavano un fascino verso coloro che sposavano l’idea della “sovversione del sistema”, anche violenta (verso le cose, badate bene, non verso le persone). I black bloc a Genova erano quindi un mix di ideali, teppismo e microcriminalità, disagio sociale, ultras e anarchici.

E sono stati lasciati ad agire indisturbati per due giorni.

(Photo by Paul BLACKMORE/RAPHO/Gamma-Rapho via Getty Images)

A Genova arrivammo con un treno da Pisa nel tardo pomeriggio di mercoledì, per partecipare al concerto e alle manifestazioni dei centri sociali. Eravamo un mix perfetto: militanti dei centri sociali di Pisa, pseudo-anarchici, universitari bolognesi e idealisti. Il clima era colorato, pieno di canti e di musica, ma si percepiva tensione. Inevitabile considerando l’allarmismo televisivo delle due settimane precedenti e le bombe carta che giravano.

Chiunque sia stato almeno una volta a Genova capirà quanto la città non fosse adatta per questo scenario di militarizzazione e zone rosse (caro D’Alema). Comunque sia, il neo premier Berlusconi scelse come sempre di curare la forma e allestì la città con fiori e limoni finti ovunque impedendo ai genovesi di appendere il bucato alle finestre.

(Photo by Brooks Kraft LLC/Corbis via Getty Images)

Oltre al vertice ufficiale, a Genova fra il 16 e il 22 luglio 2001 era in programma una vasta gamma di iniziative e manifestazioni di contestazione organizzate dal Genoa social forum, il cosiddetto controvertice. Si potevano incontrare insieme ambientalisti, animalisti, busker e artisti di strada, anarchici, bambini, scout, catto-comunisti, pacifisti, politici, disabili, famiglie, femministe, giornalisti, ex partigiani, suore, frati e preti, fricchettoni, immigrati, punk, sessantottini e semplici cittadini.

La serata di mercoledì 18 fu animata da un concerto in piazzale Kennedy, dove suonarono i 99 Posse, i Meganoidi e Manu Chao.

Nella notte tra giovedì e venerdì, sulla città si abbattè un fortissimo acquazzone creando problemi alle migliaia di persone accampate nel tendone dello stadio Carlini, tra cui parte del nostro gruppetto, e simboleggiando un sinistro presagio.

La prima importante manifestazione di piazza fu il corteo dei migranti, che si tenne giovedì 19 luglio per rivendicare la libertà di movimento. La manifestazione si svolse senza alcun incidente.

Venerdì 20 luglio era in programma il corteo autorizzato organizzato dai Disobbedienti e dai centri sociali. Per tutta la mattina i black bloc saccheggiano la città senza essere mai fermati finchè in piazza Manin si incontrarono/scontrarono con i pacifisti della rete Lilluput. L’intervento della polizia colpì solo questi ultimi. Da questo momento nessuno sarà più in grado di controllare l’escalation di violenza. Il corteo dei disobbedienti, partito verso mezzogiorno, venne improvvisamente caricato all’altezza di via Tolemaide da un contingente dei carabinieri; la reazione dei manifestanti dette il via a due ore di guerriglia e ad incidenti che sfociarono nell’omicidio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda.

Sabato 21 luglio era il giorno del grande corteo conclusivo, organizzato dal Genoa Social Forum. Sul lungomare la polizia caricò i manifestanti spezzando il corteo. Vi furono pestaggi, numerosi fermi, episodi di autentica caccia all’uomo.

Ma non finisce qui, anzi. La sera verso mezzanotte un contingente della polizia fece irruzione alla scuola Diaz-Pertini, sede di un dormitorio e del centro stampa. Vengono arrestate 93 persone con l’accusa di associazione a delinquere, resistenza a pubblico ufficiale e porto d’armi, più di 60 sono condotte in ospedale. Gli arrestati -tranne chi fu trattenuto in ospedale per ordine dei medici- furono condotti nella caserma di polizia di Bolzaneto. Qui e alla Diaz ci furono dei veri e propri pestaggi e atti di tortura.

Non ho dei ricordi limpidi di quei giorni. Ho i brividi e un nodo alla gola quando vedo le immagini. Non ricordo dove sono andata quando scappavo dalle cariche della polizia; ricordo solo di aver ritrovato ore dopo Luca, uno dei ragazzi del mio gruppo, con un fazzoletto sulla testa e la maglietta bianca sporca di sangue. Ricordo Matteo che mi tiene stretta la mano. Ricordo gli elicotteri a bassa quota, uomini armati che urlano, zone rosse, grida, sangue, l’odore dei lacrimogeni, il vomito. Ricordo una signora che ci ha fatto entrare in casa sua per darci da bere e farci lavare la faccia. Ricordo la sensazione di essere dei topi in una gabbia, di non poter scappare senza calpestare quelli dietro, di non poter andare da nessuna parte perché rischiavi di prendere le botte. Ricordo la gente che piangeva. Dopo Genova il mio senso dello Stato è cambiato. Non sono mai diventata un’attivista; ho sempre portato avanti le mie idee ma in sordina, quasi in modo privato. Mi sono sempre detta che non sarebbe servito a niente. Prima ci credevo, dopo ho capito a cosa si può arrivare. Non l’ho capito subito, ero troppo piccola. Mi ci sono voluti anni. L’eredità che mi ha lasciato, oltre alla mancanza di fiducia nelle istituzioni, è continuare a lottare per i diritti di chi è al margine, a incazzarmi per i soprusi (non solo quelli “di stato” ma anche quelli privati). Non sono più andata a manifestazioni grandi e ho avuto per qualche anno attacchi di panico quando mi trovavo in troppa folla. Nonostante non mi sia successo nulla fisicamente la sensazione provata in via Tolemaida ci ha messo un bel po’ per andarsene. E’ stato il nostro trauma generazionale.

Le violenze di Genova durante il G8 del 2001 hanno dato origine a numerosi procedimenti giudiziari. Esiste una vasta letteratura in materia che vi invitiamo a leggere.

Non bisogna dimenticare; bisogna andare oltre e far rivivere oggi quello spirito e quegli ideali per cui ci siamo battuti nel 2001. Oggi più che mai.

La memoria è ingranaggio collettivo; senza memoria non c’è futuro.

Tra il numeroso materiale esistente, oltre agli interessanti atti processuali:

https://www.supportolegale.org/

http://www.veritagiustizia.it/

L’eclisse della democrazia – Agnoletto e Guadagnucci (Feltrinelli)

Noi della Diaz – Lorenzo Guadagnucci (Altraeconomia)

No logo – Naomi Klein (Rizzoli)

Film: Carlo Giuliani, ragazzo (2002)

Black Bloc (2011)

Diaz: non pulire questo sangue (2012)

I documentari: The Summit, Genova per noi,

(Per l’articolo sono stati usate fonti online, da wikipedia e racconti personali).

Autore dell'articolo: Redazione

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