La metafora della violenza di genere

(a cura della Dott.ssa Elisa Tenucci)

Il coronavirus non ha fermato la violenza sulle donne, anzi. La “convivenza forzata” ha peggiorato ulteriormente la situazione, accelerando e facendo scattare aggressioni più frequentemente o violentemente. A dimostrarlo ci sono i dati sul rapporto tra quarantena e violenza sulle donne durante l’isolamento, che sono inquietanti: le telefonate ai numeri antiviolenza sono aumentate del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019. I dati sono stati raccolti dall’Istat in uno studio sulla ‘Violenza di genere ai tempi del Covid’ prendendo in esame le chiamate al numero antiviolenza 1522.

Il dato però dimostra anche l’importanza delle campagne di sensibilizzazione che hanno fatto sentire le donne meno sole e le hanno spinte a prendere coraggio e chiamare.

Esempio di campagna di Amnesty International Italia

Nell’articolo di oggi il racconto dell’esperienza diretta di una psicologa.

“Ogni giorno ci capita di ascoltare o leggere storie di donne abbandonate a loro stesse, picchiate, seviziate, sfregiate, pedinate, utilizzate a fini pornografici, ribelli ad una cultura che le opprime e purtroppo anche uccise. Questi però rappresentano solo i casi più eclatanti e d’interesse mediatico e come tali, col passare del tempo, entrano nel dimenticatoio della vita quotidiana (vedi ad esempio l’inchiesta di Wired, ndr). Ogni giorno molte donne vengono maltrattate fisicamente, sessualmente e psicologicamente. La violenza è fatta anche di minacce, soprusi, trascuratezze, ricatti psicologici e incoerenze relazionali che possono arrivare a distruggere una vita.

La vita si ascolta, così come si ascolta il mare…le onde montano, crescono, cambiano le cose. Poi tutto torna come prima, ma non è la stessa cosa”

(Oceano Mare – Alessandro Baricco)

Questa frase di Alessandro Baricco può essere una metafora di come si può approcciare uno psicoterapeuta alla violenza di genere e, allo stesso tempo, spiega come si può sentire una donna intrappolata in questo vortice.

Quando ci si trova di fronte ad una donna che ha subito una qualsivoglia forma di violenza, come terapeuta ci si mette in ascolto, così proprio come si ascolta il mare. A volte possiamo avere davanti un’onda che si ritrae e che ad ogni nostro passo va sempre più indietro, che non vuole nessun contatto perché è dominata dalla paura, dai sensi di colpa, perché è abituata a non essere vista e riconosciuta, ad essere trasparente, proprio come l’acqua. Altre volte invece, può succedere di essere di fronte ad un’onda che si alza come durante ad una tempesta, che poi esplode o si schianta, che non riesce a tenere tutto dentro, e parla, parla, parla, e si racconta, senza sapere da dove inizia o su quale scoglio o spiaggia si infrangerà. E tu, psicologo/a ti senti piccolo, fragile, inerme, impotente come un pesce troppo piccolo che deve portare un peso troppo grande. Ma alla fine raccogli l’ossigeno necessario, cerchi di capire da che parte va la corrente e insieme a quell’onda cerchi di incamminarti verso il riparo più vicino.

La quiete che segue fa in modo che la persona che abbiamo davanti riesca a riprendere le sue forze, che si rialzi con le sue gambe, ma non è la stessa cosa, non è la stessa persona, perché la violenza ti cambia. Non lascia sempre delle cicatrici visibili ma ti cambia dentro, ti lacera, e i punti che vengono dati per suturare la ferita lasciano un segno. Accade che si possa divenire più forti, che si possa reimparare a credere in sé stesse, che si lotti ogni giorno per riconquistare quella libertà che era stata negata, che ci si alzi per andare a quel lavoro tanto sudato, a mettersi quel velo di trucco che era stato negato o che si sorrida ad un passante che prima non era consentito guardare. E dentro? Dentro rimane un sassolino con cui piano piano si impara a convivere invece che a lottare.

Queste cose le ho provate sulla pelle ascoltando le innumerevoli donne che mi sono passate davanti negli anni mentre ero seduta ad una scrivania del Centro Antiviolenza Luna Onlus, e no, non è stato facile.

Da soli o in pochi non si può fermare o arginare un fenomeno come quello della violenza; non basta l’ 8 marzo per celebrare una donna: se oggi qualcuno ha voglia di fare qualcosa al riguardo, allora forse, dovrebbe essere l’8 marzo ogni giorno.”

Immagine tratta da: ANSA/ANGELO CARCONI

Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato,per tutto questo:in piedi, Signori, davanti ad una Donna.” (W.Shakespeare)

Se hai problemi chiama il numero 1522 o rivolgiti al centro antiviolenza più vicino, alle forze dell’ordine oppure recati in pronto soccorso richiedendo il percorso dedicato alle vittime di violenza.

La dott.ssa Elisa Tenucci è Psicologa specializzata in psicoterapia, perfezionata in Psicologia Clinico Forense e iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana. Lavora come libero professionista facendo rete sul territorio con diversi enti e partecipando a sportelli e attività educative nelle scuole, lavora presso lo sportello di Ascolto del Centro Antiviolenza Luna, svolge la propria attività clinica presso L’Associazione Studi Cognitivi Pandora e collabora con diversi legali per l’attività clinico-forense sia in campo civile che penale, come consulente tecnico di parte.

Questa testimonianza è stata preparata per l’Associazione Culturale Centro Studi Cognitivi “Pandora” che svolge attività di ricerca scientifica nell’ambito del trattamento integrato, farmacologico e cognitivo-comportamentale, della sofferenza psicologica e dei disturbi mentali. Parallelamente conduce studi finalizzati alla comprensione più ampia e dettagliata dei meccanismi cognitivi implicati nella regolazione emotiva standard, nelle condizioni di particolare impegno professionale e nelle performance di natura sportiva.

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Autore dell'articolo: Redazione

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