QUANDO DIEGO PALLEGGIAVA CON UN LIMONE

I favolosi anni ‘80 del calcio italiano nei ricordi di chi era in campo

Una chiacchierata con Stefano Dianda

Lucca, 5 dicembre 2020

Sono passati dieci giorni da quando Diego Armando Maradona è morto, neanche un mese dopo aver compiuto sessant’anni.

Dieci giorni in cui abbiamo potuto leggere, ascoltare, guardare, centinaia di articoli, interviste, filmati. Molti, troppi, quelli di chi non l’ha mai conosciuto, di chi ha fatto finta di averlo conosciuto, di chi non lo ha mai neanche visto giocare.

A “Il Risveglio” piace invece il racconto di cronache e storie in diretta, di chi le ha vissute personalmente, o ne è stato spettatore. Così qualche giorno fa, per raccontare Maradona su queste pagine, ho contattato Stefano Dianda, un lucchese che ha fatto il calciatore professionista nei favolosi anni 80 del calcio italiano, sui campi da gioco della serie A e B. Quando lo raggiungo al telefono per la chiacchierata che mi aveva promesso, Stefano ci dice infatti che con Maradona ha incrociato i tacchetti “più di una volta, sia in campionato che in Coppa Italia” e che “è davvero difficile dimenticarsi di come giocava”.

Conosco Stefano dai primi anni ’90, da quando sua moglie Simonetta cominciò a lavorare per l’AICS nell’impianto da tennis comunale di cui il Comitato provinciale si era aggiudicato la gestione. E da innamorato perso del gioco del pallone, mi è sempre piaciuto ascoltare il suo racconto del calcio giocato nei grandi palcoscenici, storie di partite vinte o perdute e dei suoi protagonisti. Del calcio anni ottanta, e di Maradona, Stefano conserva tuttora memoria viva e appassionata, e gli basta poco per mettere in moto i ricordi.

Ho esordito in serie A a 17 anni, maggio 1984, Pisa Lazio 2-2 all’Arena Garibaldi. Era la Lazio di Chinaglia presidente, di Bruno Giordano -che in quella partita segnò due reti – di Laudrup, Manfredonia, D’Amico.” Nelle giovanili del Pisa approdò dall’Atletico Lucca. “Facevo parte di quella nidiata di ragazzini che dall’ Atletico Lucca finì negli ‘80 in squadre di serie A: oltre a me c’erano Benedetti, Bresciani, Del Carlo, Ansaldi. E in serie A, in quegli anni, da Lucca, dal Sant’Alessio, arrivò anche Marco Landucci”.

L’Atletico Lucca, nato nel 1970, diventò presto la più importante società di calcio giovanile a livello provinciale, conquistandosi un posto di riguardo nel panorama regionale. Nei primi anni ’90 partecipò anche a campionati e tornei di calcio giovanile AICS. Ricordo che sulle pagine della rivista dell’AICS “Presenza Nuova”, in occasione di una campagna che avevamo lanciato di lotta alla droga, fu pubblicata una foto della squadra con le maglie che riportavano la scritta “NO alla droga”, a testimoniare l’impegno sociale di una società nata in uno dei quartieri più popolari della città. Ricordo a Stefano di aver visto attaccata a una parete della sede dell’Atletico, tanti anni fa, una sua foto in azione di gioco. “Si, è una foto dove salto di testa insieme a Gullit, e io riesco a saltare più in alto” mi dice con comprensibile orgoglio. Si narra che un dirigente dell’epoca, Serantoni, la mostrasse ai genitori scontenti di come veniva allenato il loro figlio dicendo, più o meno, “volete che chiami luqquì ad allenarlo?”

Stefano ha giocato nel Pisa per sette stagioni, 4 campionati di serie A e 3 di serie B. “A quei tempi pochissimi di noi avevano il procuratore. Facevamo tutto da soli: trattative, firme, contratti. I presidenti, – Boniperti, Romeo Anconetani, – conoscevano centinaia di giocatori, ci trattavano direttamente, sapevano tutto di loro, non come ora, quando molti presidenti fanno contratti a giocatori di cui conoscono a malapena il nome”.

E in serie A c’erano i migliori: altro che Premier League! “In Italia giocavano tutti i più forti calciatori del mondo. Cerano tutti gli italiani che avevano vinto il mondiale e poi Dirceu, Passarella, Socrates, Bertoni, Careca, Falcao, Cerezo, e più tardi Gullit, Van Basten.” Nel campionato 83/84, quello dell’esordio di Stefano, c’erano Platinì e Zico, e nel luglio 84 arrivò Maradona. “ A Platinì, a fine partita, a Torino, chiesi l’autografo. A Maradona davo del lei.” Per un ragazzino che all’epoca giocava con campioni affermati “che fino a qualche mese prima aveva visto solo sulle figurine Panini, c’era da fare la gavetta. Ai più anziani, per esempio, si dovevano portare le borse e pulire le scarpe. E c’era tutto un altro approccio alla professione. Per carità, era un lavoro, e si guadagnavano dei bei soldi, ma in cima a tutto c’era l’amore e la passione per il gioco del calcio”.

Nel Paese, l’entusiasmo per la vittoria nel mondiale di Spagna era alle stelle. Fu nel 1982, ricordo a Stefano, che sulle ali di quell’entusiasmo a Lucca nacque il calcio amatori dell’AICS. “Gli stadi erano pieni, il calcio era un’autentica passione popolare vissuta giorno per giorno. Oggi, se Sky smettesse di trasmettere le partite, nessuno forse si ricorderebbe più del calcio di questi anni.”

Stefano è un fiume in piena. “Ho esordito con Bruno Pace, è morto due anni fa.” Per dare un’idea di come era il rapporto tra allenatori e giovani calciatori, mi racconta che Pace, a fine cena, spesso gli assegnava compiti oggi impensabili : “Piccolo, vammi a prendere le sigarette in camera” gli diceva.E poi Gigi Simoni “Il più bravo di tutti quelli che mi hanno allenato. Un grande allenatore e un vero galantuomo. Con lui ho vinto due campionati di Serie B con il Pisa – 84/85 e 86/87 – e uno di C2 con la Carrarese – 91/92. E’ morto nel maggio di quest’anno, con lui avevo conservato un bellissimo rapporto, ci siamo incontrati a cena anche poco tempo prima che morisse al Tennis club di Vicopelago”.

Gli sollecito allora il ricordo della sua esperienza con Lucescu, che ci ha raccontato proprio lì a Vicopelago, in una delle cene degli auguri che l’AICS organizza per Natale presso il circolo. “Stagione 90/91, la mia ultima al Pisa. Con me in squadra ci sono Diego Simeone, Michele Padovano, Henrick Larsen. La domenica si deve giocare contro l’Inter. Per tutta la settimana Lucescu mi carica a mille – Stefàno – mi chiamava Stefàno, con l’accento sulla a – ti vedo bene, domenica copri Klinsmann. Me lo ripeteva tutti i giorni, più volte al giorno. I giornali riportano l’anticipazione di Lucescu. La domenica, invece che a marcare Klinsmann, mi spedisce in tribuna”.

E Maradona? Ti va di raccontare a tutti quello che mi hai raccontato anni fa sulla visita di Maradona allo spogliatoio del Pisa nel Campionato 87/88? “Certo! E’ una partita che non dimenticherò mai, quella giocata all’Arena Garibaldi nel settembre ‘87, anche se io non ero in campo, mentre giocai quella di ritorno, febbraio ’88, al San Paolo. La stagione precedente il Napoli aveva vinto il suo primo scudetto e noi avevamo conquistato la promozione in serie A. Lo stadio era pieno all’inverosimile, nel Napoli c’erano Ciro Ferrara, Salvatore Bagni, De Napoli, Careca, e lui, Diego Armando Maradona. Sul campo facemmo un’impresa storica e vincemmo la partita per 1-0, ma il Giudice sportivo ribaltò il risultato: 0-2 a tavolino, perché prima dell’intervallo Renica del Napoli fu colpito da una monetina”.

Ricordo bene quell’episodio, dico a Stefano, e i giornali locali che parlavano di una “rondella” che era arrivata sulla testa di Renica dagli spalti, affollati anche di tifosi avversari. E Maradona? insisto “Maradona era sempre l’ultimo a scendere dal pullman, perché ovunque andasse era travolto dall’entusiasmo dei tifosi. Poco prima che la gara iniziasse, venne a farci visita negli spogliatoi. A quei tempi, all’Arena, oggi non so, l’ingresso era unico per entrambe le squadre. Poi a sinistra si andava verso gli spogliatoi degli ospiti, e a destra verso quelli del Pisa. Prima di arrivare ai nostri spogliatoi, c’era una stanza adibita a cucina, dove mangiavano gli addetti al campo e parte dello staff. Dopo averci salutato, Maradona passò davanti la cucina. Un suo compagno di squadra, che era entrato in quella stanza, prese un limone, lo chiamò – Diego, prendi – e glielo tirò. Diego lo stoppò di petto e poi, senza farlo mai cadere, si mise a palleggiare qualche minuto con il limone”.

La chiacchierata è finita, saluto Stefano, “ti mando una foto” mi promette, “da mettere con l’articolo”. In tutto questo tempo non ha mai smesso di piovere. Giornata da camposanti, avrebbe detto mia nonna, per sottolinearne tristezza e malinconia. Ma il racconto di Maradona che palleggia con un limone mi ha messo invece una grande allegria, la stessa che mi mise la prima volta che l’ho sentito raccontare, al termine di una gara di calcetto in un torneo dell’AICS, che vincemmo pur essendo nettamente inferiori all’altra squadra, proprio grazie a Stefano e a Biro Biro, uno dietro e l’altro davanti, a trascinarci alla vittoria. “Tu non ci saresti riuscito neanche con un cocomero” chiosò quella volta in conclusione Stefano, rivolgendosi a un nostro compagno di squadra dalla tecnica individuale non proprio sopraffina.

Dopo 5 minuti da Stefano mi arriva un WhatsApp. C’è la foto di Maradona che mi aveva promesso, al termine di una partita che li aveva visti avversari. La foto è accompagnata da due righe, di una semplicità e concisione esemplari: “il più grande giocatore di tutti”. Ecco, la chiacchierata, ora, è davvero finita. Rispondo al messaggio con un altrettanto semplice “Grazie!” Non abbiamo parlato, nemmeno un secondo, del Maradona fuori dal campo. Anche per questo sono felice, e grato a Stefano per la chiacchierata avuta. Gli scrittori, gli attori, gli artisti, i cantanti, i calciatori, mi piace giudicarli per come scrivono, recitano, dipingono, cantano, giocano, non per come la pensino politicamente o per chi frequentino.

E Maradona è stato il più grande giocatore di tutti. Il resto è noia, che lascio agli editorialisti.

PLF

Autore dell'articolo: Pier Luigi

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