Fare sport di squadra nel 2020: impresa impossibile?

Impressioni di un’allenatrice del Rugby Lucca.

Vi proproniamo questa interessante riflessione di Giulia, allenatrice del Rugby Lucca, sulle difficoltà di fare “sport ai tempi del COVID” ma in generale, sull’importanza della pratica sportiva e, in particolare, del rugby. Per informazioni: https://www.rugbylucca.it/

Questo 2020 proprio non ci dà tregua. Tutti, ma proprio tutti, viviamo questo momento di incertezze, nessuno escluso, nemmeno lo sport. Mi riferisco allo sport per tutti, quello delle piccole realtà, di associazioni, quello fatto di bambini che giocano, di squadre di ultima categoria, di sport “secondari” che già prima faticavano ad emergere in questa Italia appassionata di calcio.

Chi vive questi cosiddetti sport “minori” lo sa, è difficile far conoscere sport che normalmente non ricevono copertura mediatica. Da allenatrice di rugby so bene di cosa sto parlando: negli anni mi sono occupata di reclutamento nelle scuole dove la maggior parte di bambini e ragazzi, di ogni età e genere, si confrontavano per la prima volta con qualcosa di cui non avevano mai nemmeno sentito parlare. Una volta superati timori e pregiudizi iniziali, poi, è prassi comune appassionarsi e soprattutto divertirsi con il rugby.

A marzo, come tutti, siamo stati costretti a sospendere i campionati e ad attendere tempi migliori.
Da giugno è stato possibile rientrare in campo e lo abbiamo fatto rispettando le regole: anche se gli allenamenti permessi sono stati solo quelli individuali, cioè senza contatto, è stato comunque una manna dal cielo poter correre sul campo, ritrovare i propri compagni e tutte le famiglie che ruotano intorno alla nostra piccola realtà.

A settembre la stagione è ripartita, sempre con il consueto rispetto delle regole e con la grande incognita dell’inizio dei campionati. Sono stati reintrodotti il contatto e il placcaggio, che tanto ci mancavano.
Ed eccoci all’ultimo dpcm, con cui ci è sembrato di fare un grande passo indietro. Siamo ritornati alla formula degli “allenamenti individuali” e se la situazione diventasse poi ancora più critica e la Toscana dovesse entrare in zona arancione dovremmo anche noi sospendere ogni attività in presenza.

Alleno una delle categorie del minirugby. Il mio primo pensiero, onestamente, è stato quello dello sconforto. Ovviamente capisco la situazione di emergenza sanitaria che ci vede costretti alla massima attenzione e a misure straordinarie, ma egoisticamente, ho pensato alla difficoltà di creare allenamenti divertenti e stimolanti per questi bambini, il cui desiderio è quello di giocare a rugby, non solo correre con una palla in mano, ma anche rotolarsi, placcarsi, toccarsi e giocare delle vere partite.
Sempre egoisticamente ho pensato che a queste condizioni, se io fossi un genitore oggi, non avrei portato i miei figli a fare sport.

Poi però ci ho riflettuto meglio. Mi è capitato di parlare con alcuni genitori, li ho sentiti grati alla nostra società sportiva solo perché stavamo permettendo ai loro figli di fare sport. Li ho sentiti riconoscenti perché permettevamo ai loro ragazzi di vivere esperienze di aggregazione vere e reali, non solo online, e di passare qualche ora alla settimana in cui potessero sfogarsi, semplicemente giocando.
L’ho osservato con i miei occhi e mi sono ricreduta: allenarsi individualmente vuol dire lavorare sulla coordinazione, sulla motricità, sugli schemi motori di base, sulla corsa, sulla manualità. Tanti aspetti che sono fondamentali nella fascia di età dai 6 ai 14 anni, e che spesso durante gli anni “normali” non sempre vengono affrontati nel modo giusto, perché si preferisce concentrarsi sulle dinamiche di gioco. Be’, ho pensato che adesso è una bella opportunità per lavorare proprio su questo.

Ma la cosa più importante su cui ho riflettuto è che il Rugby Lucca è prima di tutto un’associazione intorno alla quale ruotano quasi 200 tesserati e loro famiglie. Non è solo il posto dove ci si va ad allenare: negli anni siamo diventati un centro di aggregazione in cui si trova una comunità fatta di persone. È un luogo dove, a fine giornata, i genitori si incontrano e scambiano due chiacchiere mentre aspettano i figli, prendendo un caffè o una birra insieme.
Un luogo dove alcuni genitori portano da casa, in modo totalmente volontario, thermos di tè da distribuire ai bimbi che terminano l’allenamento.
Un luogo in cui altri genitori hanno creato, dal niente, una squadra di Touch Rugby, una forma soft del rugby, senza contatto, dove non ci sono limiti di età o barriere all’ingresso.
E ancora, un luogo in cui qualcuno è sempre disponibile per organizzare Terzi Tempi e grigliate.

Tutto questo oggi non è possibile, e ne sentiamo la mancanza.

Come tutti, anche la nostra società affronta un momento difficile, aumentano le spese e diminuiscono le entrate.
Per poter continuare ad esistere per brillare ancora di più quando tutto questo grande incubo globale sarà finito, occorre che chiunque ruoti intorno a queste piccole realtà continui a sostenerle, ora più che mai. Si dice che il rugby sia uno sport “povero”, perché non molto finanziato, ma io credo che la sua ricchezza stia nel fatto che nel club tutti sono sempre disposti a darsi una mano e ad aiutarsi, come in una grande famiglia.

“Sostegno” è uno dei principi del rugby sul campo da gioco, adesso è il momento di sostenere le piccole realtà come la nostra.

Lo si può fare in sicurezza, perché le società sportive hanno adottato tutti i protocolli sanitari necessari, e fortunatamente la nostra attività si svolge proprio all’aperto. Se qualcuno pensa che non sia il momento giusto per approcciarsi ad un nuovo sport vorrei dirgli che si sbaglia. Certo, verranno tempi migliori, ma inserirsi in una comunità non è mai una cattiva idea, così come non lo è lanciarsi in esperienze nuove e mettersi sempre alla prova. Non è proprio questa la bellezza dello sport?
Provare per credere!

Autore dell'articolo: Redazione

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