Il nome della rosa

L’Eco delle parole…come ritrovarsi a vivere nel 1300…

Il personaggio di cui vi voglio parlare in questo articolo (sarebbe riduttivo chiamarlo semplicemente scrittore, anche se è per per questo che ve lo presento, poiché è stato più cose in una: semiologo, filosofo, traduttore, accademico, bibliofilo e medievalista), un giorno ha detto “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”. Quindi, lui che era nato nel lontano 1932 ed è morto nel 2016, si può dire che conoscesse sia i bar che i social media. Perché uso questa frase se poi il mio interesse è farvelo scoprire come scrittore ed invitarvi a leggere i suoi libri? In particolare quello che ho letto in spiaggia questa estate dal titolo “Il nome della rosa”? Per farvi un attimo riflettere su quel che facciamo giornalmente tutti noi (anche io) di commentare (anche solo in testa a volte) ma comunque giudicare un pensiero altrui. Questa frase mi ha fatto pensare a quante volte sono io l’imbecille di turno perché voglio dare un giudizio su qualcuno. Quindi la risposta finale del perché ho iniziato l’articolo con questa frase è semplicemente che a volte una frase è una frase come una rosa è una rosa.

Appunto la rosa c’entra molto con il libro che vi voglio presentare. Fa parte del titolo perché il libro non si doveva chiamare così. Eco inizialmente aveva pensato ad altri due titoli (“L’Abbazia del delitto” prima e poi “Adso da Melk”); la scelta alla fine ricadde su “Il Nome della Rosa”. Si tratta di una citazione, modificata, dal De contemptu mundi di Benardo Cluniacense. Questa la versione originale: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (“La rosa primigenia esiste in quanto nome: noi possediamo nudi nomi”). Il significato si collega quindi alla scelta, come ha spiegato poi lo stesso Eco, che risiede nel fatto che di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. E la filosofia che si cela dietro il titolo è la stessa che percorre tutta la storia. Siamo nel 1327, in un’abbazia dell’Italia settentrionale. Il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista, Adso da Melk, che ormai anziano racconta le vicende accadute al monastero, e le indagini condotte dal suo maestro, Guglielmo da Baskerville. L’intera vicenda si sviluppa in sette giorni, che Adso nelle sue memorie suddivide secondo la scansione del giorno della regola benedettina. Ci saranno delitti su cui indagare ma la particolarità di questo libro (scritto nel 1980, 50 milioni di copie vendute in tutto il mondo e un film di successo con Sean Connery) è la bellezza della scrittura.

Eco mi ha fatto innamorare ancora di più della lettura. Nel testo si trova una descrizione sublime che ti lascia a bocca aperta; che ti invoglia a girare pagina. La ricerca delle parole e del linguaggio tocca la perfezione stilistica. La descrizione accuratissima ti fa entrare dentro le pagine e dentro la storia. Una scrittura che ti fa vedere le immagini descritte che alla fine ti sembra di essere presenza vitale accanto ai personaggi ed ai monaci dell’abbazia.

Erano anni che volevo leggerlo e per fortuna ho avuto modo grazie alla scuola di mio figlio. Infatti “Il nome della rosa” era uno dei tre titoli che mio figlio doveva leggere per le vacanze. L’ho divorato in 10 giorni. E nei momenti di lettura mi sono ritrovato nel 1300. E’ proprio vero come diceva ancora lo stesso Eco “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.

Buona lettura, io intanto mi sono immerso dentro le pagine del suo secondo romanzo “Il Pendolo di Foucault”…chissà in che periodo storico sarò catapultato questa volta…

Autore dell'articolo: Alessio

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